Diario di bordo: Il Divino Condiviso, mostra fotografica di Paolo Pobbiati
Domenica 7 giugno, Abbazia di Mirasole, Milano

C’è un momento preciso, quando accompagni le persone tra le pieghe di una mostra o di un luogo sacro, in cui capisci che l’arte ha smesso di essere solo "esposta" ed è diventata "vissuta". Mi è successo questa domenica all'Abbazia di Mirasole a Milano, visitando "Il Divino Condiviso", progetto fotografico di Paolo Pobbiati che racchiude quarant'anni di sguardi e devozione in giro per il mondo. L'occasione era speciale: l'esposizione faceva da cornice al concerto delle Sparkling Water. E proprio lì, tra la potenza visiva degli scatti e le vibrazioni delle voci del coro, ho iniziato a interrogarmi sul concetto di mediazione.
In questa mostra la mediazione non è un canale neutro, un semplice filo inerte che unisce due punti distanti lasciandoli immutati. È, al contrario, un processo attivo in grado di trasformare tutto ciò che tocca. Lo si capisce guardando i volti dei fedeli: nell'atto del pregare, l'essere umano smette di occupare uno spazio fisico e si dilata, attingendo alla propria parte più trascendente per farsi accoglienza. In quel preciso istante, l'invisibile trova nell'uomo, nella postura e nel silenzio del devoto un'eco, un riflesso visibile attraverso cui la presenza del sacro si riverbera nel mondo.
Qui si innesca il paradosso affascinante che attraversa l'intera esposizione e che mi ha ricordato il saggio di Walter Benjamin sulla riproducibilità tecnica. Se il filosofo temeva che la fotografia potesse dissolvere l'Aura – quell'atmosfera di unicità e inaccessibile lontananza tipica del rituale –, l'operazione di Pobbiati compie un miracolo inverso. Se la preghiera è la prima mediazione, quella verticale tra l'uomo e l'Assoluto, la fotografia interviene come una seconda mediazione, orizzontale e "gentile". Molti scatti sono "rubati" in contesti intimi dove le persone non amano essere ritratte; eppure l'obiettivo non è predatore. Sacrificando la perfezione estetica a favore della verità, la macchina fotografica si fa custode: avvicina l'osservatore a quella lontananza mistica, traducendo il mistero della fede in un patrimonio emotivo condivisibile, senza mai violarlo.
Questa delicatezza si riflette anche nelle scelte tecniche, come i codici QR accanto alle foto: una tecnologia discreta, che arricchisce l'esperienza con il racconto di Paolo e poi si fa da parte senza creare barriere.
Mentre le note delle Sparkling Water risuonavano tra le immagini di fedi così diverse – accostate senza gerarchie, dalle grandi religioni ai piccoli culti locali –, ho capito che la musica e la fotografia stavano compiendo la stessa, identica mediazione. Entrambe non spiegano il sacro, ma lo amplificano. Quando il concerto del coro è finito, tra le fotografie è rimasto un attimo di silenzio nuovo, denso.